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Quanto dura una psicoterapia?





Edward Hopper,

Rooms by the sea

( Stanze sul mare ) 1952


Quanto dura una psicoterapia è senza dubbio uno degli interrogativi che ci vengono maggiormente rivolti: ci è parsa, quindi, una questione interessante da provare a trattare anche qui sul blog.

Iniziamo col dire che, dal nostro punto di vista, non è realisticamente possibile stabilire a priori la durata di un percorso psicoterapeutico; questo, tuttavia, non significa pensare alla psicoterapia nei termini di un'esperienza infinita. Anzi.

La conclusione del lavoro si configura come un orizzonte sin da subito riconosciuto e dichiarato; orizzonte che magari si situa per un certo periodo sullo sfondo, ma che resta comunque a segnalare la presenza e l'irrinunciabile necessità di un limite, necessario a scongiurare la fantasia di una relazione fine a se stessa, senza con-fini, appunto.

L'impossibilità di delimitare a priori un tempo è qualcosa che può spaventare -ci rendiamo conto- evocando il fantasma della dipendenza, ma l'accettazione di questa premessa, si pone come passaggio irrinunciabile per implicarsi ed avviare il percorso terapeutico.

La relazione terapeutica è, prima di tutto, una relazione; una relazione caratterizzata da confini ed obiettivi specifici, ma comunque una relazione e, come tale, pone i suoi contraenti di fronte alla questione della dipendenza. Non è certamente un caso il fatto che la parola dipendenza tenda ad assumere nella nostra lingua una valenza negativa, tossica -in senso lato oltre che letterale- piuttosto che limitarsi a segnalare neutralmente lo stabilimento di un legame...come se potessero esistere relazioni non dipendenti; come se la costruzione di un rapporto con l'altro potesse realizzarsi a prescindere dall'emergere di vissuti di attacamento, desiderio della sua presenza e inevitabile paura di perderlo.

Di qui la necessità, molto evidente sul piano linguistico, di differenziare forme di dipendenza sana, dalle forme tossiche, tracciando un confine decisamente meno netto e nitido di quanto ci si sarebbe aspettati. E si avrebbe desiderato.


Ma torniamo alla relazione terapeutica. Una delle sue specificità, appare connessa proprio al fatto di porsi come relazione a termine, tesa al raggiungimento di obiettivi che, tuttavia, appare impossibile definire dettagliatamente ab initio. Proviamo a spiegarci più nel dettaglio: un lavoro psicoterapeutico si avvia sempre a partire da una domanda di cambiamento, connessa a fantasie di cura, trasformazione, recupero, integrazione o magari eliminazione di parti di sé, e l'elenco potrebbe continuare, ma il significato, il senso emozionale di queste parole è qualcosa di visceralmente connesso alla storia di ciascuno e all'unicità dell'incontro tra terapeuta e paziente. Qualcosa che si sottrae, per sua stessa natura, a qualsiasi tentativo di categorizzazione o generalizzazione. La domanda che il paziente porta in terapia, la sua richiesta, più o meno chiara ed esplicitata, rappresenta solo un punto di partenza, un pretesto da cui muovere per provare ad avvicinare e contattare un piano del desiderio, assai meno immediato, in quanto non intenzionale. Inconscio. Di qui, l'impossibilità e sopratutto l'inopportunità, entro la nostra cornice teorico metodologica di riferimento, di prendere alla lettera la domanda dell'altro e definire in partenza obiettivi ed intenti specifici del lavoro clinico che ci si appresta a fare insieme.

Il cambiamento, che all'inizio del post abbiamo associato all'immagine dell'orizzonte, è qualcosa che si situa tra la costruzione e la scoperta, perché se da un lato si configura come l'esito di un lavoro fatto assieme al paziente, dall'altro implica l'attraversamento di un'esperienza di estraneità, assimilabile all'esplorazione di una terra sconosciuta. Esplorazione che non è possibile né utile dirigere, focalizzare, quanto piuttosto sostenere, promuovere, accompagnare.

Quanto dura, quindi, una psicoterapia? Quando e come si conclude?

Ogni relazione terapeutica costruisce la sua fine, evento che pone terapeuta e paziente davanti ad una delle esperienze più complesse e difficili del percorso e dell'esistenza umana: quella del separarsi.

E' qui che il cerchio si chiude, restituendo il senso profondo, pieno, di un'esperienza di dipendenza tesa a realizzare e promuovere l'autonomia del paziente, oramai provvisto di quegli strumenti che gli consentono di proseguire l'esplorazione da solo.

La fine della terapia, infatti, non implica tanto l'esaurimento delle questioni da trattare, o magari la "soluzione del problema", quanto piuttosto l'emergere di un insieme di pensieri e vissuti che restituiscono una sensazione di conclusione, una consapevolezza non resocontabile, perché non generalizzabile.

E' qui che anche noi ci fermiamo, riconoscendo un limite oltre il quale il racconto non può spingersi; un limite connesso ad un piano dell'esperienza conoscibile solo se vissuto ed attraversato.


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