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A proposito del benessere...

Per una rilettura critica del rapporto tra psicoterapia e benessere





Partiamo, ancora una volta, dalla parola, nell'ipotesi che questa possa funzionare nei termini di uno stimolo capace di produrre, evocare una serie di associazioni mentali, vissuti, immagini, pensieri, riconducibili alle specificità del proprio mondo interno nonché a "dimensioni culturali", legate al contesto d'appartenenza.


Partire dalla parola, può significare, ad esempio, chiederci cosa ci viene in mente, ogni volta che pensiamo alla parola "benessere"; eccoci dunque condotti entro un'area organizzata attorno all'idea dello "stare-sentirsi bene"... area che sembrerebbe richiamare contesti quali il "centro benessere", o magari il "centro fitness", non meno che il nome di alcune testate femminili incentrate, non a caso, su argomenti di "salute, bellezza e benessere".

"Star bene" che si organizza attorno ad azioni di presa in carico del proprio corpo e di un non meglio specificato "equilibrio" tra mente e corpo, attraverso una serie di pratiche, di attività tendenzialmente finalizzate alla scarica di una tensione, piuttosto che alla realizzazione-incremento di una condizione di rilassamento. "Star bene" che, tra le altre cose, sembrerebbe implicitamente evocare l'idea di un modello comportamentale virtuoso, capace di restituire o magari produrre ex-novo una condizione di benessere , appunto, decisamente standardizzata e definibile a priori.


Proviamo a fare un passo avanti, introducendo un'ulteriore questione: può, e in che termini e con che tipo di conseguenze, la psicoterapia mettersi in rapporto con la questione del benessere?

Ci appare, questo, un punto importante da sottolineare, nonostante tenda ad essere bypassato.

Chi scrive ritiene che mettere in rapporto l'area psicoterapica con l'area del benessere, definendo quest'ultimo l'obiettivo dell'intervento psicoterapico, tenda ad istituire -su di un piano emozionale (il più delle volte implicito e non consapevole) una sovrapposizione tra intervento psicoterapico e quell'"area-benessere" precedentemente delineata. Ciò significa, in altri termini, proporre e produrre una rappresentazione della psicoterapia quale prassi principalmente orientata a promuovere lo "star bene" dell'altro... non meno di quanto non faccia un centro benessere, o una palestra.


Noi, in accordo con una serie di premesse teorico metodologiche proprie di una specifica visione della Psicologia Clinica, riteniamo, viceversa, che il benessere si configuri come un'auspicabile conseguenza di un percorso psicoterapeutico, ma non certo come uno dei suoi obiettivi.

A costo di apparire provocatori, ci pare infatti rilevante sottolineare come il lavoro psicoterapeutico -almeno così come noi lo concettualizziamo- si proponga di rendere possibile lo sviluppo di pensieri im-pensati, operazione, quest'ultima, che non ha nulla di rilassante o rassicurante, risultando, piuttosto anche faticosa e dolorosa. Il cambiamento si pone come un "cambio di assetto" che passa necessariamente attraverso un'operazione di destrutturazione-ricomposizione della propria visione, evidentemente non prevedibile-definibile a priori.

Lo sviluppo di gradi maggiori di autonomia, di una competenza ad orientarsi emozionalmente entro i propri rapporti con i contesti di vita, di una conoscenza di sé più accogliente e disincantata rappresentano, a nostro avviso gli obiettivi metodologici di un lavoro psicoterapeutico: obiettivi che mirano a realizzare possibilità di rapporto con se stessi e con la realtà più adattive, ma che ci appare improprio e problematico schiacciare nell'area del benessere.


In conclusione, vale forse la pena sottolineare come le riflessioni critiche qui presentate non intendano liquidare, né tantomeno negare l'importanza di quella che abbiamo definito "l'area del benessere", nonché degli interventi non psicologici ad essa connessi, bensì -ripetiamolo ancora una volta- esplicitare la necessità di una non scontata sovrapposizione tra tale area e intervento psicoterapeutico.

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