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Dall’impotenza alla frustrazione come emozione del possibile




All’interno della relazione terapeutica, così come negli scenari della propria vita, si può vivere all’insegna di una profonda impotenza. Tale vissuto sembra mettere di fatto se stessi, l’altro e la relazione, con le spalle al muro, come se non fosse possibile immaginare nessun varco, nessuno spiraglio entro cui provare nuovamente a coinvolgersi.

La fantasia alla base di tale vissuto desertificante, è quella di poter immaginare un repentino cambio di scena, un essere catapultati d’improvviso in uno spazio vitale e fertile. A ben vedere, tale prospettiva è motivata da una proposta passiva, in quanto ciò che si desidera è che un agente esterno possa, in funzione del suo potere, scatenare tale rivoluzione. In altri termini la richiesta insita in tale proposta è quella di provocare dall’altra parte, fuori di sé, un potere onnipotente in grado di generare quel mondo nuovamente abitabile da cui si è di fatto esclusi. Poiché, evidentemente, tale scenario non appare di fatto riproducibile, la reazione all’impotenza può essere spesso rabbiosa, di chiusura, come se non vi fosse proprio nulla da fare. L’alternativa a tale processo, vede nel passaggio all’emozione di frustrazione quella condizione, certamente non magica, in cui inizia a farsi strada l’idea di implicarsi in processo d’apprendimento di tipo formativo. L’esperienza di frustrazione con cui si entrerà in contatto, sarà in grado di ospitare la realtà nuova, estranea, con cui ci si sta misurando, rendendola meno ostile, più conoscibile e familiare.

La frustrazione, risultando più tollerabile, ci impedirà, a questo punto, di abbandonare il terreno, consentendoci di misurare e raccogliere le informazioni utili al processo di sviluppo nel quale possiamo accettare di stare, in vista di qualcosa che possa essere sentito, adesso, come realisticamente traguardabile. Non sarà necessario a questo punto invocare la presenza di un potere salvifico fuori di noi, potendo riconoscere in noi stessi, in seguito al lavoro svolto, quelle competenze grazie alle quali l’impossibile, divenuto pensabile, può essere veramente possibile.

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