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La questione del cambiamento



La ragione che ci spinge a scrivere alcune righe sul cambiamento deriva dalla necessità di chiarire questo processo, alla luce della centralità che riveste nel nostro lavoro.

Il motivo per cui si va dallo psicologo, si intraprende una psicoterapia è quello di produrre un cambiamento significativo; apparentemente questo sembrerebbe scontato, poiché è piuttosto chiaro a tutti che se mi trovo dallo psicologo è perché voglio cambiare. Ma come viene concettualizzato -più o meno inconsapevolmente- questo cambiamento? Come viene immaginato?

Vorremmo provare ad indicare alcuni modelli di cambiamento a disposizione “nel mercato della vita reale” e situare, quindi, la nostra proposta.


1) Come un muscolo

In questo modello di cambiamento la meta d’arrivo la si conosce già in anticipo. Per esempio: diventare più motivati, diventare un genitore più bravo, diventare più disponibili all’ascolto, più interessanti, ecc. In questo modello, la meta è un muscolo che richiede un certo allenamento perché possa aumentare la sua forza specifica.

Se questo modo di pensare al cambiamento può essere adeguato per allenare i propri addominali, dal nostro punto di vista rischia di esserlo meno quando si tratta di comprendere le difficoltà di separarsi dai propri figli che diventano autonomi; di capire perché si lasciano i propri progetti a metà; di chiedersi perché non si riesce ad evocare interesse per sé nell’altro. Come psicologi, non riteniamo esistenti in realtà programmi in grado di far crescere queste caratteristiche, se non all’interno di situazioni che rischiano di promuovere, paradossalmente, la nostra passività.


2) Se le cose fossero diverse…

Quando ci troviamo in questa situazione, il cambiamento si confronta con la sua impossibilità. La necessità è far sperimentare allo psicologo la propria impotenza, per cui nulla potrà cambiare mai, a meno che il mondo esterno non si trasformi così da divenire più adatto alle nostre esigenze. "E’ tutto inutile! Non c’è nulla da fare!" In questa circostanza, ciò su cui ci viene richiesto di intervenire è la realtà esterna, perché possa finalmente essere sentita come meno subìta.

Tuttavia anche in questo caso il prezzo che si rischia di pagare è quello di restare chiusi in una posizione passiva, ma nondimeno onnipotente, in quanto per noi psicologi si pone il pericolo di diventare proprio quella modalità della realtà che l’altro desidererebbe, ma che non è in grado di produrre. In una circostanza di questo tipo sia lo psicologo che il paziente rischiano di produrre una forma illusoria di cambiamento in cui si continuerà a subìre.


3) L’alternativa e l’adattamento

Sull’espressione adattamento, grava un peso che evoca in noi il senso della rinuncia, la necessità di dover scendere a compromessi. "Che devo fare, vorrà dire che mi adatterò! La realtà è questa, bisogna adattarsi!" Sembra quasi che adattarsi implichi un senso di sconfitta, in cui ancora una volta abbiamo subìto la realtà con le sue caratteristiche altre, rispetto alle nostre. Il problema dal nostro punto di vista, nasce proprio nel momento in cui noi e la realtà diventiamo due cose distinte, separate, ciascuna con le sue caratteristiche, che di volta in volta devono subire la reciproca presenza. Quasi che noi faremmo tranquillamente a meno della realtà e la realtà farebbe benissimo senza di noi. Il problema di non riuscire a partorire un’alternativa, nasce quasi dall’idea di dover immaginare che per cambiare bisogna generare un’innovazione grandiosa. In altri casi invece, restiamo bloccati entro certi schemi perché pretendiamo che talune vicende debbano procedere soltanto seguendo un determinato andamento.

Questo modello, ci sembra meglio corrispondere all’idea che ci figuriamo per lo sviluppo del cambiamento in ambito psicologico, in quanto se da un lato ci chiede di fare i conti con la realtà, dall’altra non ci abbandona ad una scelta obbligata. Talvolta scompaginare l’ordine di alcuni elementi in uno schema mentale oramai irrigidito, costituisce una piccola impresa grazie alla quale la realtà potrà iniziare ad apparirci meno penosa, più alleata a noi, vincolante sì, ma anche possibilmente costruibile, godibile. Questo ci solleva, da un lato, dall’idea che cambiare significhi diventare assolutamente qualcos’altro; dall’altro, ci impegna in un pensiero che può iniziare a fare veramente qualcosa: come il poter fare un buco nella realtà e iniziare a penetrarla. Un vero e proprio atto generativo si direbbe!





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