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Appunti per una lettura della questione giovanile





Premessa

Obiettivo di questo lavoro è provare a individuare e presentare una piccola collezione di indicazioni, attraverso cui iniziare a delineare una mappa che offra una possibilità di orientamento entro la questione-contesto che ci proponiamo di avvicinare ed esplorare: i “giovani”. Definire la “questione giovanile” una questione-contesto ci permette di portare in figura una delle premesse metodologiche che organizza il nostro lavoro e, di conseguenza, la nostra concettualizzazione della funzione psicologico-clinica: la necessità di inscrivere la questione giovanile entro specifiche coordinate storico-constestuali, a partire dall’ipotesi che non abbia senso parlare dei giovani in generale, perché -verrebbe da dire- non esistono giovani in generale. L’altra premessa metodologica che ci pare rilevante segnalare, concerne l’esplicitazione di quale possa essere il contributo della funzione psicologico-clinica rispetto al tema in questione. Un contributo che si propone di comporre ed offrire una visione sulla questione giovanile che, piuttosto che tentare di “chiudere” entro una logica definitoria e reificante una realtà, intende interrogarla, provando a individuare linee di sviluppo possibili.


Materiali utilizzati

Ma come riuscire a reperire informazioni, indizi, utili a rendere possibile un primo contatto con questa realtà, non disponendo di “dati sperimentali”, recuperati mediante un progetto di ricerca? Pur consapevoli del limite rappresentato da questa assenza, abbiamo deciso di procedere lungo una via indiretta, non focalizzandoci al momento sulla viva voce dei giovani, bensì sulla rappresentazione della questione giovanile proposta dagli articoli, i blog e le ricerche presenti in rete . Il nostro intento, evidentemente, non è stato quello di arrivare ad avere una visione sistematica ed esaustiva della letteratura sul tema, ma di poterci fare un’idea delle modalità simbolico-affettive che attualmente organizzano la rappresentazione della questione giovanile sulla rete, nell’ipotesi che questo canale -in ragione della sua tempestività ed eterogeneità- registri e rifletta con una buona approssimazione la rappresentazione dei giovani presente all’interno della cultura locale italiana. Esplorare ed analizzare tale materiale testuale ci ha offerto la possibilità di realizzare una sorta di conoscenza preliminare, a partire dalla quale delineare delle ipotesi di carattere generale sulla rappresentazione della questione giovanile entro la cultura locale italiana; ipotesi che potrebbero successivamente orientare una ricerca finalizzata, magari, a produrre conoscenza su di una specifica cultura giovanile . Tale passaggio renderebbe possibile una verifica e una contestualizzazione degli elementi conoscitivi che ci apprestiamo a presentare, dopo qualche breve considerazione d’ordine metodologico.


La metodologia: dalla parola-simbolo, alla parola-segno

Il materiale testuale è stato analizzato manualmente, ancorandoci, tuttavia, a quelle stesse premesse metodologiche che avrebbero orientato un’analisi testuale realizzata utilizzando specifici software. Vista la recente diffusione di non meglio specificate “analisi testuali” in ambito psicologico, ci sembra importante chiarire come, chi scrive, si stia riferendo all’Analisi Emozionale del Testo, una metodologia elaborata da Carli & Paniccia (2002). Pur non essendo questa la sede per addentrarci in una trattazione dettagliata dell’ AET , qualche accenno alla logica che regge tale metodologia di analisi ci appare indispensabile per raggiungere il cuore di questo lavoro. L’AET si fonda su di un processo di destrutturazione del testo, finalizzato a liberare l’emozionalità delle parole che lo compongono, realizzando uno scavalcamento del senso intenzionale del discorso. La comprensione del senso intenzionale di un testo, in altri termini, ci permette di cogliere quanto questo ci stia cercando di dire, mentre la sua destrutturazione apre alla possibilità di sentire l’emozionalità che lo attraversa e compone, realizzando uno spostamento del focus sulla componente espressiva del discorso. Ecco quindi che la messa in crisi del senso intenzionale rende possibile l’emersione di un senso emozionale. Ma perché andare a ricercare questo senso emozionale? Qual è la connessione tra materiali testuali e culture locali? L’ipotesi proposta da Carli & Paniccia (2002) è che il senso emozionale di un insieme di testi-discorsi prodotti da un gruppo di persone, unite dall’appartenenza ad un medesimo contesto e chiamate ad esprimersi su di uno stesso tema, rifletta il processo di simbolizzazione affettiva di quel contesto su quel tema . Tale genere di “conoscenza” “informa” ed orienta forme di azione; ciò equivale a dire che la dimensione simbolico-affettiva, non si costituisce come un banale: “che cosa i giovani provano”, piuttosto essa declina le modalità di partecipazione alla realtà. Nel nostro caso, dunque, risalire al senso emozionale del materiale testuale raccolto ci permette di cogliere –seppur in una chiave ancora impressionistica - la rappresentazione emozionale della questione giovanile presente sulla rete. La nostra analisi manuale si è quindi proposta di andare ad estrarre un concatenamento di parole -che definiamo “concatenamento tematico-affettivo”- identificate sulla base di due criteri: la densità emozionale, riconducibile alla polisemia della parola -vale a dire, alla sua capacità di produrre un senso emozionale “pieno”, capace di marcare il significato del discorso- e, in secondo luogo, la sua alta frequenza all’interno dei testi presi in esame. I testi sono stati quindi letti ed analizzati rifacendoci alla disposizione emozionale dell’“attenzione liberamente fluttuante”, modalità che, più classicamente, caratterizza il posizionamento psicologico all’interno di una situazione terapeutica, a partire dall’ipotesi che il vertice clinico attraversi trasversalmente i diversi contesti d’intervento, non limitandosi, quindi, al solo contesto psicoterapeutico. Da un punto di vista emozionale, la destrutturazione del testo potrebbe essere paragonata ad un’esperienza di smarrimento, in ragione della perdita di quelle coordinate logico-sintattiche che solitamente garantiscono un orientamento all’interno del contesto-testuale. Ecco, allora, che si procede alla ricerca di parole-indizi, capaci di produrre –attraverso inediti concatenamenti- percorsi esplorativi ulteriori, che aprano all’individuazione di linee di sviluppo possibili. La logica definitoria, propria del testo-discorso, lascia quindi spazio ad un concatenamento di parole che inizia ad “indicare”, creando le premesse per la messa in moto di un processo.



Analisi del concatenamento tematico-affettivo


FUTURO-PRECARIETA’-FLESSIBILITA’-DESERTO


La domanda da cui siamo partiti, per addentrarci nella nostra esplorazione dei testi, potrebbe essere così formulata: quali sono le questioni che, attualmente, vengono evocate quando si parla di “giovani” nel nostro Paese? La risposta suona apparentemente deludente nella sua scontatezza, ponendoci, infatti, di fronte a due parole – futuro e precarietà - che sembrerebbero condurci all’interno di un vicolo cieco, se colte esclusivamente sul piano del loro senso intenzionale. Si potrebbe infatti affermare che sia ovvio che parlare di giovani oggi porti in figura la questione della precarietà (lavorativa, affettiva, esistenziale…?); questione che, altrettanto scontatamente, sembrerebbe attaccare ed intaccare l’idea stessa del futuro, restituendo un vissuto di impotenza. Impossibilità. Ci siamo chiesti come aprire una breccia, trovare una linea di fuga che apra alla possibilità di fuoriuscire da una lettura che ci appare reificata nella sua fattualità, muovendo dall’ipotesi che il contributo che la funzione psicologico-clinica possa offrire concerna, in prima istanza, la possibilità di interrogare e mettere in crisi i vissuti di impotenza organizzati attorno alla fantasia che “non possa essere che così, perché questa è la realtà delle cose…”. Facciamo quindi un passo indietro e torniamo a“futuro”, vale a dire, “ciò che sta per essere”, provando ad avvicinare e liberare il nucleo emozionale della parola, secondo alcuni studiosi, riconducibile ad una antica radice (“bhewe”) che reca in sé il senso del “creare”, “produrre”, “germogliare”. , insinuando almeno un dubbio circa la scontatezza del futuro, quale dimensione garantita a priori. Il nucleo emozionale della parola, in altri termini, sembra portare in figura un paradosso che potrebbe essere così formulato: il futuro è qualcosa che sta per essere, ma che chiede di essere prodotto. Interessante notare come nei testi analizzati compaiano frequentemente frasi come “i giovani oggi non hanno un futuro”, o “ai giovani è stato tolto, negato un futuro”, espressioni che, a nostro avviso, organizzano una rappresentazione del futuro nei termini di un “bene”, precedentemente dato a priori, di cui all’improvviso ci si ritrova espropriati… come se venisse meno il terreno sotto i piedi. Come ci si organizza, rispetto a tale perdita? La seconda parola del nostro concatenamento ci aiuta ad organizzare una risposta. “Precarietà”, deriva dall’aggettivo latino “precarius”, “ottenuto per preghiera”, a sua volta, da “prex”, “preghiera”. Siamo confrontati con l’idea di una concessione, con l’elargizione di un bene non fondata su di un diritto, bensì sulla clemenza, imprevedibile per definizione, di un’autorità. Chi prega chiede, ma sa di poter unicamente sperare, entro un rapporto caratterizzato da una marcata asimmetria e da una pressoché totale dipendenza dall’altro. In tal senso, la precarietà sembrerebbe evocare una dimensione di attesa, sospesa su quel sottile confine che separa la speranza, dalla disperazione, la salvezza dalla rovina. Il “bene” che si spera di riuscire ad ottenere, o a mantenere a seguito della concessione, sembrerebbe essere -prima ancora che il lavoro- il futuro stesso, rispetto al quale ci si organizza in una posizione di attesa e di “preghiera”, appunto. Le prime due parole del concatenamento ci permettono di iniziare a delineare una possibile definizione di come possa essere simbolizzato affettivamente, entro la cultura locale italiana, il “futuro precario”, portando in figura l’immagine di un bene repentinamente sottratto, e il conseguente organizzarsi di una “preghiera”, sentita come l’unica strada possibile per il recupero del bene perduto. L’aspetto che ci sembra importante sottolineare con forza, è il vissuto di profonda impotenza che l’incontro tra queste due parole organizza: si prega, in altri termini, perché sembrerebbe non esserci altra possibilità di rapporto con il reale; si prega perché la rappresentazione del futuro appare completamente schiacciata sul fronte del “bene concesso-sottratto”. La parola “flessibilità”, dal latino “flecto”, “piegare”, “volgere”, “trasformarsi”, suggerisce l’immagine di una piega, concettualizzabile nei termini di “evento che irrompe”, spezzando la linearità di una retta. Vengono alla mente le immagini di un’onda, piuttosto che di una curva stradale, a suggerire il prodursi di un cambiamento nel contesto che, esponendo al rischio di un perdita di equilibrio, sembrerebbe segnalare la necessità di organizzare un nuovo posizionamento, attraverso cui istituire una modalità di rapporto altra con il contesto stesso. L’ipotesi che stiamo proponendo è che i ben noti cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro negli ultimi anni in Italia, abbiano prodotto, tra le altre cose, la messa in crisi di una rappresentazione del futuro, quale dimensione data a priori -dunque garantita- concettualizzabile nei termini di una strada sostanzialmente lineare. Sottolineiamo come tale rappresentazione si organizzi attorno a vissuti di sicurezza, stabilità , riconducibili alla presenza di una dimensione di base che riesce a assicurare e rassicurare rispetto all’esistenza di qualcosa… il lavoro… il futuro? Non si sta quindi asserendo che questa rappresentazione organizzi la fantasia che trovare lavoro, costruire il proprio futuro, sia qualcosa di facile, ma che il lavoro e il futuro siano due “beni” sicuramente presenti nella realtà. La rappresentazione attuale del futuro, viceversa, sembrerebbe non potersi più organizzare su questa sicurezza di base: ecco quindi che la perdita di garanzie rispetto alla presenza del “lavoro” contamina l’idea stessa del “futuro”, organizzando la fantasia della perdita-espropriazione del futuro stesso. Provando a connettere le indicazioni suggerite da “flessibilità” con le due parole precedenti, però, abbiamo la possibilità di individuare una “terza via” che metta in crisi la rigidità –verrebbe da dire lineare- proposta da “precarietà” e “futuro”. L’immagine della curva suggerisce, infatti, la possibilità di una strada (il futuro) che, deviando inaspettatamente, esponga al rischio di perdere il terreno sotto i piedi, non perché la strada venga meno tout court, bensì in ragione della perdita della prevedibilità, dunque del controllo, sulla strada stessa. Ecco quindi che il “fermarsi ad attendere”, evocato da “precarietà”, assume più vividamente i contorni di un posizionamento difensivo rispetto alla difficoltà di riuscire a mantenersi in equilibrio –prima ancora che ad orientarsi- entro una strada-futuro che curvando all’improvviso si trasforma, divenendo un territorio sconosciuto. “Deserto”, altra parola del concatenamento, deriva dal participio passato del verbo “desero”, “abbandonare”, composto di “de”, particella che indica un senso contrario, e “sero”, “connettere”, “annodare”. Il nucleo emozionale della parola evoca l’immagine di uno spazio vuoto, perché disabitato, privo di connessioni, dunque, abbandonato. E’ forse questo il territorio che ci si apre davanti, nel corso della curva? E ancora, cosa potrebbe significare transitare da una rappresentazione del futuro nei termini di “territorio abitato” –e abitabile- alla desolazione di un futuro simbolizzato nei termini di uno spazio desertico? Va delineandosi un vissuto di solitudine ed isolamento che sembrerebbe amplificare ulteriormente il senso d’impotenza: cosa fare, sembrerebbero dirci queste parole, se non attendere e sperare? L’ipotesi che intendiamo proporre è che ci si potrebbe, ad esempio, iniziare a domandare di cosa si abbia bisogno per imparare ad orientarsi all’interno del deserto, muovendo dal riconoscimento dell’inadeguatezza degli strumenti di cui si dispone e dalla conseguente necessità di una loro ridefinizione in funzione del cambiamento contestuale; cambiamento che, però, chiede di essere esplicitato e accettato come premessa –senza dubbio problematica- da cui muovere. Ciò che riteniamo di poter cogliere da questo concatenamento è, in altri termini, la possibilità di intercettare e promuovere una domanda di orientamento, a partire da una ridefinizione dell’esperienza stessa dell’orientamento. Verrebbe da dire, infatti, che orientarsi nel deserto sia cosa ben diversa che orientarsi in uno spazio abitato… Come già accennato, le due dimensioni affettive che attraversano e organizzano il nucleo emozionale di “deserto” sono l’abbandono e il vuoto: proviamo ad esplorarle più da vicino, territorializzandole all’interno del nostro concatenamento. La dimensione abbandonica rimanda, a nostro avviso, al vissuto del giovane che si trova letteralmente scaraventato all’interno di un contesto che sente di non aver scelto. La curva (flessibilità) –ricordiamolo- è un evento che irrompe, qualcosa che si subisce, alla stregua di una strada obbligata: il vissuto di qualcuno espulso dal proprio territorio (il Prima del “lavoro stabile”?) e lasciato nel deserto, è evidentemente molto diverso dal vissuto del Tuareg, abituato a vivere e attraversare uno spazio nomade, dal vissuto dell’asceta o, più banalmente, dal vissuto del viaggiatore, ponendosi quale condizione istituente che, orientando il rapporto con il reale, non può essere elusa, se l’intento è quello di comprendere le linee affettive lungo cui tale rapporto si dispiega. La dimensione di “vuoto”, invece, sembrerebbe evocare un’assenza, o più precisamente, la paura di un’assenza, riconducibile al venir meno di quella sicurezza di base, rispetto all’esistenza del bene-lavoro (e, più in generale, del bene-futuro) che, come già evidenziato, segna l’ingresso nella precarietà. Ripensare l’esperienza stessa dell’orientamento significa, per chi scrive, provare a ridefinire l’assenza nei termini di uno spazio desertico che possa essere popolato, muovendo da una simbolizzazione del futuro (e del lavoro) quale bene da immaginare e creare. Tale premessa implica una messa in figura della dimensione della produzione-creazione, rispetto alla dimensione della ricerca. L’obiettivo dell’orientamento, in altri termini, potrebbe essere quello di fuoriuscire da una posizione di attesa, attraverso lo sviluppo di competenze ideativo-progettuali che permettano di “dare vita” a qualcosa, piuttosto che cercare un bene pre-esistente, a partire da una capacità di lettura del contesto, capace di riconoscerne i limiti, senza lasciarsene però schiacciare. Il vuoto dello spazio desertico potrebbe allora ospitare una possibilità creativa, capace di dar vita ad una rappresentazione del futuro quale opportunità da immaginare e realizzare.


Linea di fuga

L’analisi del concatenamento tematico-affettivo ha avuto l’intento di iniziare a delineare alcune ipotesi conoscitive, ma, soprattutto, una possibile di linea di fuga, attraverso cui individuare una possibilità di sviluppo. Non è stata un’impresa facile, vista la pervasività di dimensioni emozionali di impotenza e passività, riflesso di condizioni di realtà che non possono essere eluse; eppure, è stato proprio il deserto, con la sua “assenza” ad aprire una breccia, lasciando intravedere una linea di fuga… Chiudiamo, allora, provando ad aprire, suggerendo una parola che manca, appunto, nel concatenamento. Questa parola è poesia: la sua etimologia rimanda al verbo greco “poieo”, “inventare”, “creare”, “produrre”; l’atto poetico, dunque, quale atto creativo che affonda le radici nella realtà.

Verrebbe da chiedersi come mai, entro la nostra lingua e la nostra cultura, non vi sia nulla di più distante della poesia, dell’immaginazione, dalla realtà. Verrebbe da chiedersi se non sia proprio tale scissione, tuttavia, a rischiare di restituire un vissuto d’impotenza, a lasciare senza armi, rispetto alla possibilità di intervenire sul reale…

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